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Il giglio
 
 

Una delle grandi manifestazioni di arte popolare di Flumeri, che si tramanda da diverse generazioni, è senza dubbio quella della costruzione del Giglio, effettuata in occasione della festa di San Rocco, come segno di fedeltà dei flumeresi verso il loro Protettore. Il Giglio di spighe di grano rappresenta il simbolo più evidente della cultura contadina, del folclore e della storia civile e religiosa di Flumeri. Intorno ad esso, s’intrecciano i valori dell’amicizia e del legame alle tradizioni. Nel lontano passato, il Giglio era dedicato alla dea Cerere, legato certamente alle origini pagane dei riti caratterizzati dall’offerta dei prodotti della terra.

La parola Giglio significa proprio “Offerta di primizie”. In quel tempo, le primizie dei frutti ricavati dalla terra erano offerti in segno di devozione e di culto, perciò il Giglio non era altro che una particolare confezione, un modo caratteristico di presentare il dono. Nell’ultima giornata della mietitura, si prendeva da ogni campo una “gregna lunga” cioè un Giglio, si poneva in testa ad una donna e si portava, tra suoni e balli, al tempio, in segno di riconoscenza verso la dea e per ringraziarla del buon raccolto. Secondo quanto è stato possibile venire a conoscenza nel corso delle ricerche, nel lontano passato, ogni contrada portava in paese il suo Giglio cioè una semplice gregna che fu sostituita, più tardi, da covoni trasportati su un carro agricolo (la famosa carretta) addobbato secondo la fantasia di chi offriva il grano. Di qui la prima trasformazione di questa usanza.
Gruppi di famiglie delle diverse contrade, decisero di legare i fasci di spighe intorno  ad un’asta di legno per farne tanti Gigli recanti la scritta di colui che li donava.

Nel lontano 1600, quando la popolazione flumerese scese da 600 a 240 persone, a causa della peste, i cittadini si misero sotto la protezione di San Rocco, sicuri che il Santo proteggesse oltre che dalla peste da altre disgrazie e malanni. I flumeresi ritenevano, infatti, che, in occasione dei disastrosi terremoti che investirono l’area, Flumeri e la sua popolazione fossero stati risparmiati dalla catastrofe per intercessione del Santo.

Si racconta, tra l’altro, che un certo Maglione Rocco, in una calda notte di luglio, durante uno dei suoi abituali viaggi con il traino da San Nicola Baronia ad Ariano Irpino, s’imbatté in un uomo che, dal Campo Comune, vicino all’antico Portone, guardava verso il paese. Il Maglione chiese allo sconosciuto il motivo della sua presenza in quel luogo a quell’ora, (erano circa le tre del mattino) e si sentì rispondere: “Sto a guardia di questo paese e dei suoi abitanti”.
Questo aneddoto spiega il motivo per cui il Giglio è stato dedicato verso il Santo Taumaturgo di Montpellier.

Nel secolo XIX, i covoni cominciarono ad essere lavorati in paese, da volenterosi ricompensati con pasti caldi, offerti e preparati dalla Congrega di San Rocco, per formare un unico Giglio, simbolo dell’unità del paese e della riconoscenza collettiva verso il Santo per il buon raccolto e per la protezione avuta contro le calamità naturali. Alla fine dell’800 i Gigli si ridussero a due unità. Il primo, alto 10 metri, veniva allestito in rappresentanza delle contrade ed era chiamato: “asta”, il secondo, alto circa 20 metri, come simbolo della tradizione locale era il “giglio vero e proprio”.

All’inizio del Novecento la preparazione del Giglio cambiò, infatti, si progettava la costruzione già all’inizio della primavera con l’accurata ricerca di un albero, che generalmente era un ciliegio o un pioppo, sul quale venivano montate le gregne. Nel mese di luglio l’albero, precedentemente individuato, veniva tagliato e trasportato al “campo comune”, dove si ammucchiavano i covoni. Nel campo gli uomini ripulivano il tronco dell’albero dai rami, lo sistemavano sulla carretta e lo legavano con robuste funi di canapa per fargli mantenere posizione verticale durante il trasporto.

Le donne, invece, preparavano i mazzetti (matte’l) di spighe e le trecce che avrebbero ornato il giglio. Nei primi giorni di agosto si cominciava la vestizione delle parti più alte con i matte’l e poi seguiva l’alzata e il rivestimento della parte inferiore con le trecce fino a coprire tutto il carro ad eccezione del timone. Finita la vestizione, si cominciava la gara fra i contadini per ottenere il privilegio di offrire la coppia di buoi per il trasporto, che avveniva, come avviene tuttora, il pomeriggio del giorno di Ferragosto.

Agli inizi degli anni Ottanta è stata modificata la struttura portante del Giglio, infatti, non c’è più un fusto d’albero, ma un robusto castelletto di travi legno, che man mano si ristringono fino a raggiungere l’altezza di 25 metri. Anche la base è cambiata, oggi è costituita da un carro di ferro che rimane ribaltato sino al momento dell’elevazione.
Il Giglio, però, ha conservato la sua autenticità tradizionale, anche se ogni anno la forma dei pannelli subisce qualche lieve modifica per esigenze legate al rinnovamento estetico. La raccolta e la lavorazione dei covoni è rimasta invariata nel corso degli anni.

La cerimonia dell’alzata precede di qualche giorno la traslazione, che avviene il 15 agosto. La prima operazione concerne l’attacco delle funi alla struttura del Giglio mediante le quali i “funisti” sollevano l’obelisco con l’ausilio degli altri fedeli. La fase più spettacolare riguarda il trasporto nel centro abitato del Giglio che viene lentamente trainato da un trattore con l’aiuto dei funisti, i quali debbono equilibrare le oscillazioni dell’obelisco, che viene depositato davanti la chiesa di San Rocco, dove rimane per tutto il mese di agosto.
Alla realizzazione del Giglio partecipano, ancora oggi, molti giovani, adulti, anziani, uomini, donne e bambini, tutti devoti di San Rocco, che collaborano alla costruzione dell’obelisco con genuina e autentica fede, che può spiegare l’enorme sacrificio e le tante ore di lavoro spese onore del Santo.

 
 
           
 
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